24/09/16

Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (da Viterbo a Sermugnano)



Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (da Viterbo a Sermugnano)



scritto da SANDRO GIUSTI



Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (da Viterbo a Sermugnano)

Siamo giunti alla seconda parte del nostro viaggio alla scoperta dei borghi più sconosciuti dell’Etruria laziale (come sempre, per distinguerli da quelli già “turistici”, li evidenzieremo in grassetto). Dopo l’esplorazione della Maremma tolfetana e della Valle del Mignone (vedi “Parte 1: da Roma alla Farnesiana”) eravamo arrivati al capoluogo della Tuscia, Viterbo. Il nostro itinerario si svolgerà stavolta nella sub-regione denominata “Teverina”: prima di partire, però, un passo indietro nelle foreste dei Monti Cimini ci consente di visitare un’autentica perla: San Martino al Cimino, borgo d’impianto prettamente cinquecentesco, con caratteristiche case a schiera, dominato da un’imponente abbazia gotico-cistercense: fu feudo di Donna Olimpia Maidalchini, controverso personaggio di spicco della Roma papalina del XVII secolo.
Ridiscesi a Viterbo ci dirigiamo in direzione di Vitorchiano, nel cui centro storico medievale possono essere rintracciati, seppure in scala minore, tutti gli elementi propri del severo stile architettonico dei duecenteschi quartieri viterbesi di San Pellegrino e Piano Scarano. Segnaliamo Vitorchiano fra i nostri “borghi segreti” sebbene negli ultimi anni stia accrescendo il numero di visitatori, anche grazie al vicino Centro Moutan, con il suo famoso giardino di peonie.


A Vitorchiano sorprende inoltre la presenza di un Moai in peperino (situato sullo slargo-belvedere in direzione di Grotte di Santo Stefano, dove peraltro è splendido il colpo d’occhio sulla cittadina), l’unica di queste mitiche sculture al di fuori dell’Isola di Pasqua (per saperne di più, si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”).








Da qui l’itinerario si suddivide in due percorsi divergenti: uno prosegue a nord per Grotte di Santo Stefano ed è quello che seguiremo dopo; ora invece percorriamo l’altro, breve ma intenso, che ci svelerà diverse sorprese. Da Vitorchiano, imbocchiamo la superstrada Viterbo-Orte in direzione di quest’ultima: il paesaggio è contrassegnato dalla tormentata silhouette dei Monti Cimini, di cui si scorgono perfettamente le forme vulcaniche, che troneggiano su praterie lievemente ondulate.


Si esce a Bomarzo e si attraversa in tutta la sua lunghezza l’abitato, la cui suggestiva parte antica (il medievale “borgo di dentro”) sovrasta la strada col suo aspetto pittoresco: il nome del paese è noto per lo straordinario Parco dei Mostri, che merita da solo il viaggio, ma anche le testimonianze archeologiche nei diretti dintorni (il sito rupestre di Montecasoli e i “sassi dei predicatori”, l’incredibile “piramide etrusca” e i ruderi di Santa Cecilia, ecc..) sono di grande rilievo e ricche di fascino e mistero.


Si scende poi nella Valle del Tevere, ove sulla destra compare il grazioso paese di Mugnano, disteso su una rupe tufacea e circondato da fertili campi, e che ospita il bel Palazzo Orsini. Di fronte è Attigliano che fa da porta d’ingresso all’Umbria.


Tornati sulla superstrada, si continua per Orte uscendo presto a Chia, minuscolo borgo semidiruto e in via di restauro, affacciato sulla selvaggia Valle del Fosso Castello con lo sfondo del Tevere e dei variopinti colli umbri.


A metà strada con Bomarzo si erge l’alta torre in peperino del solitario Castello di Pasolini (o di Colle Casale), che il celebre regista comprò negli ultimi tempi della sua vita per rifugiarsi in quello ch’egli definì “il paesaggio più bello del mondo” e dove nel 1964 girò alcune scene del film “Il Vangelo secondo Matteo”.


Infine, proseguendo sulla superstrada, si esce a Bassano in Teverina, ultima meta della deviazione intrapresa da Vitorchiano: si tratta di un borgo completamente ristrutturato nei decenni passati dopo che una terrificante esplosione di un convoglio di munizioni, durante la Seconda Guerra Mondiale, lo aveva gravemente danneggiato.


I lavori di recupero di Bassano sono stati intrapresi in modo molto accurato: forse fin troppo, tant’è che nella sua artefatta “perfezione” il paese ha acquisito un’atmosfera un po’ “fredda”, anche perché gli abitanti sono pochissimi; purtroppo, nonostante il pregio architettonico e ambientale del complesso urbano e l’installazione dei servizi essenziali, il paese stenta a ripopolarsi per la mancanza di un reale progetto di valorizzazione e promozione da parte delle istituzioni preposte.


Torniamo ora a Vitorchiano per poi proseguire verso Grotte Santo Stefano: siamo già in piena Teverina, un territorio in cui il forte frazionamento di radice già medievale ha plasmato uno dei “paesaggi dell’incastellamento” più interessanti della regione, sul quale si sovrappone la posteriore strutturazione mezzadrile, coi numerosi casali, spesso di fattura pregiata, che punteggiano il contado.


Numerosi borghi, oggi in via di deciso spopolamento, si alternano in uno scenario eminentemente rurale, ove le tipiche macchie di caducifogli del Lazio etrusco lasciano spesso spazio a pascoli, seminativi, frutteti, oliveti e, nell’area più settentrionale del comprensorio, a pregiati vigneti (prevale la produzione della doc “Orvieto”).


Peculiare è il contrasto fra la dolcezza e la solarità della tipica campagna del Centro-Italia e le improvvise asperità morfologiche create da balze e falesie improvvise e, più avanti, da veri e propri calanchi: il tutto coronato da una miriade di piccoli centri che per lo più conservano intatta la fisionomia urbanistica medievale. Natura e storia qui convivono in un rapporto stretto ed indissolubile: ricordiamo che, provenendo da Viterbo, uno degli “accessi” più solenni alla Teverina dalla SP5 è uno straordinario gioiello archeologico-paesaggistico, ossia le rovine di Ferento, con lo scenografico teatro romano (mentre a poca distanza sono i resti dell’abitato etrusco di Acquarossa).


Una zona insomma di grande potenziale turistico, ma rimasta incredibilmente negletta al turismo odierno e che tuttavia si spera potrà, quanto prima, beneficiare di adeguate politiche di tutela-valorizzazione-promozione (magari tramite l’istituzione di un Parco Agricolo, Archeologico e Paesaggistico della Teverina Viterbese) prima che aggressioni indiscriminate come quella del fotovoltaico a terra e l’abbandono definitivo di molti paesi possano far “decadere” un patrimonio culturale e ambientale inestimabile per il Lazio.


Ad ogni modo, da Grotte di Santo Stefano l’itinerario prosegue con una deviazione (sulla SP18) che permette di raggiungere Montecalvello, sorta di borgo-castello perfettamente conservatosi nel tempo ma quasi del tutto disabitato, situato a strapiombo sulla Forra di Piantorena: al di sopra di quest’ultima è il Parco archeologico del Santissimo Salvatore (con l’omonima chiesetta e grotte etrusche), da cui si ha un ottimo colpo d’occhio su Montecalvello, che fu dimora del pittore Balthus.


Da Montecalvello si risale a Grotte Santo Stefano e si torna sulla SP5 Teverina, proseguendo verso nord (Bagnoregio) in una campagna sempre più bella. Dopo alcuni chilometri si svolta a destra per Celleno, superando la lunga parte moderna e raggiungendo Celleno Vecchio, “paese fantasma” attualmente in via di recupero, che vale senza dubbio una passeggiata.


Il territorio è noto per la produzione di ciliegie, i cui alberi, al momento della fioritura nei primi giorni di aprile, rendono incantevoli gli scenari agresti.


Si torna poi sulla SP5, che dopo qualche centinaio di metri devia in discesa a destra. Se si prosegue sulla SP6 si può invece raggiungere Castel Cellesi, una specie di borgo-fattoria dalle case coloratissime e da qualche anno adibito ad “albergo diffuso”. Frazione di Bagnoregio, è riconoscibile per l’alto campanile cuspidato in cotto molto simile curiosamente a quelli dell’Italia del Nord.


Continuiamo quindi sulla SP5 che si fa improvvisamente sinuosa e panoramica: notevole il colpo d’occhio sul borgo di Celleno Vecchio e sull’Appennino. Più avanti, sulla sinistra in alto, si intravede Castel Cellesi.


Incontriamo quindi la svolta per Roccalvecce, solitaria frazione di Viterbo, che offre vedute da cartolina sulla romantica campagna dell’Alto Lazio, e – se lo si trova aperto – uno sguardo al possente Palazzo-Castello Costaguti (adibito a raffinato b&b). Da Roccalvecce è ben visibile, dirimpetto, Celleno Vecchio, su una verde collina. Un punto di osservazione eccezionale del paesino e delle vallate circostanti è dal piazzale del Cimitero di Sant’Angelo.


Da Roccalvecce si prende per Castiglione in Teverina-Civitella d’Agliano: siamo sulla “Strada dei vini della Teverina” e la campagna si fa sempre più splendida, con le vigne e i campi di grano che si alternano ai boschi di querce laddove cipressi e pini ornano poggi e stradine bianche, mentre inaspettati burroni danno un aspetto fantastico al territorio. In breve si arriva alla svolta (a destra) per Graffignano, borgo un po’ malmesso che ospita il Castello Baglioni-Santacroce (chiuso per un interminabile restauro): nei dintorni sono il Santuario della Madonna del Castellonchio, in amena posizione, e il borgo di Sipicciano con l’interessante Cappella Baglioni (affreschi del XIII secolo).


Oltre il bivio per Graffignano, la SP5 scende in una valletta (si nota purtroppo una collina ricoperta di pannelli fotovoltaici): a sinistra si scorge, disteso su un crinale, San Michele in Teverina, piccolo mondo a sé stante; insolita la situazione urbanistica, con il palazzo nobiliare collegato al resto del borgo da un bel ponte.


Si giunge finalmente a Civitella d’Agliano, non una frazione come quasi tutti i paesi finora visitati, bensì Comune vero e proprio, sebbene la popolazione superi di poco i 1000 abitanti appena. Il borgo, tutto arroccato su uno sprone di tufo, conserva il fascino d’un tempo e colpisce per il panorama mozzafiato verso i calanchi di Bagnoregio, la Valle del Tevere e le montagne umbre.


Domina il tutto un castello in rovina con un poderoso mastio, in tempi recenti sottoposto a lavori di restauro e fruibilità (anche se difficile da trovare aperto). Il paese è stato interessato negli anni scorsi dall’arrivo di artisti e artigiani attratti dall’indiscutibile bellezza del luogo, ma pare che il trend si sia fermato e attualmente in esso prevalgono le seconde case (la popolazione originaria si è spostata nella piccola parte moderna) che, ben ristrutturate, affiancano le ancora troppe abitazioni rimaste abbandonate.


Auspichiamo che un tale tesoro urbanistico e paesaggistico non vada perduto e che Provincia e Regione sappiano quanto prima attivarsi per creare le condizioni di un effettivo recupero di questo stupendo centro storico. Intanto ci godiamo uno dei più suggestivi paesaggi d’Italia, la Valle dei Calanchi: una strada spettacolare, talvolta disagevole, attraversa per intero questo magnifico nonché inquietante scenario naturale, in incessante e rapidissimo mutamento a causa della particolare conformazione geo-morfologica dei terreni, che – per la sovrapposizione di strati rocciosi ignei (più pesanti) a strati argillosi (instabili) su cui agiscono numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio – sono soggetti a continui crolli.


Si tocca la romita località di Vaiano, circondata dai calanchi (da qui partono alcuni fra i percorsi più avventurosi della zona), e quindi si risale a Bagnoregio, dove la celeberrima Civita, conosciuta in tutto il mondo come “la città che muore”, non ha bisogno certo di presentazioni (per saperne di più, si faccia riferimento alla nostra guida Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito).


Si prosegue verso Lubriano (stupenda vista sulla Valle dei Calanchi) e poi si raggiunge, attraverso una solitaria campagna, Sermugnano, piccolo borgo situato al confine fra il Viterbese e l’Orvietano.






Conteso prima fra diversi feudatari, quindi sottomesso alla città d’Orvieto e infine appartenuto all’Ospedale romano del Santo Spirito in Sassia (il cui stemma è posto sulla porta d’ingresso), Sermugnano è l’ennesimo paesino di poche anime (una novantina) rimasto intatto nei secoli ed oggi avvolto da una quiete assoluta: notevoli i panorami sulle bucoliche e radiose colline d’intorno, che spiccano per l’integrità del paesaggio agrario sia a livello colturale che edilizio, con diverse antiche case coloniche in pietra vulcanica.


A questo punto si può continuare il percorso con Castiglione in Teverina, paese rinomato per i suoi pregiati vini (“Orvieto” in primis) e sede di un interessante Museo del Vino (il Muvis): tutt’intorno diverse stradine di campagna (fra cui la Strada del vino della Teverina Viterbese e la deviazione sulla “Strada della Lega”) conducono il turista alla scoperta di paesaggi agricoli e naturali di raro splendore. Non dimentichiamoci infine che Orvieto con i suoi monumenti è ormai ad un passo.


Da Castiglione per una strada incantevole si torna a Sermugnano

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